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La semplificazione della complessità nella divisione internazionale del lavoro PDF Stampa E-mail
Scritto da Sergio Sabetta   
Domenica 18 Luglio 2010 21:42
“ Il soggetto in parte interagisce con l’ambiente e in parte lo costituisce” ( Weick )

 
Nella teoria della divisione internazionale del lavoro fondata sui costi comparati Heckscher ed Ohlin sostengono che i vantaggi comparati di una nazione sono determinati dalla relativa abbondanza e dalla migliore combinazione dei fattori produttivi del capitale, del lavoro, delle risorse, della tecnologia e dell’ imprenditorialità a cui non è inopportuno aggiungere una normativa favorevole.
 Le più recenti riformulazioni della teoria in termini di “ciclo di vita del prodotto” ( Hirsch, Vernon) o di New Trade ( Nuova Teoria del Commercio Internazionale) ( Krugman), nel variare i fattori produttivi e la loro ricombinazione relativamente al concetto di economie di scala nonché sulla capacità di intervento dei governi sulle multinazionali e gli oligopoli, non hanno fatto che confermare l’importanza del sistema normativo.
 Lo stato moderno  risulta giocare un ruolo più attivo di quello che la teoria classica ammette, tanto da svilupparsi il concetto di politica commerciale strategica in cui vi è l’esaltazione del fattore organizzativo industriale, fino alla teorizzazione del nazionalismo economico per aree commerciali, quale può intendersi la stessa Comunità Europea.
 Il neoprotezionismo viene quindi a compenetrarsi con il neomultinazionalismo della“teoria dell’integrazione verticale” nella quale la produzione di beni servono come input ad altre fabbriche della stessa impresa, ma dislocate in altri territori statali, teoria che viene ad affiancarsi all’integrazione orizzontale prevista nella teoria del “ciclo di vita del prodotto”.
 In questa aspra competizione fra paesi sul piano industriale tale da essere in alcuni casi assimilata alle nuove forme di guerra, l’importanza del sistema giuridico riacquista tutta la sua valenza, anche in previsione dei frequenti accordi commerciali.
 Tutte le organizzazioni, comprese quelle imprenditoriali, agiscono in “campi organizzativi” che ne definiscono confini e funzionalità e all’interno degli stessi si creano le alleanze che coordinano le “azioni”.
 Gli ambienti organizzativi sia tecnici, ossia i Know how per i prodotti di beni o servizi, che istituzionali, elaboratori di regole e requisiti a cui le singole organizzazioni devono conformarsi per ottenerne legittimazione e sostegno, esercitano pressioni varabili sulle singole organizzazioni e queste devono fornire adeguate reazioni nella ricerca della sopravvivenza.
 L’incertezza e la dipendenza, fattori problematici per le organizzazioni, vengono a intrecciarsi con gli elementi simbolici cognitivi e normativi ambientali, tipizzazioni di aree geografiche, tanto da individuare forme culturali ben distinte che vanno dal tipo latino, all’anglosassone, al tradizionale dei paesi in via di sviluppo (Burawoy), circostanze che impongono un notevole sforzo adattivo alle imprese globalizzate, tanto più che le aree culturali variano all’interno delle stesse forme culturali sia in termini geografici che nei settori professionali, con un’ulteriore frammentazione dell’ambiente istituzionale.
 Ne consegue che lo stesso Stato, considerato la maggiore organizzazione la quale costituisce di per se stessa un “campo organizzativo” è in realtà una congerie di organizzazioni molte volte debolmente collegate, quindi sfornita di una propria monoliticità.
 Le regole che si formano non sono altro che la sintesi degli “interessi”, definiti e sostenuti dalle parti, che diventano attraverso il filtro culturale gli “interessi istituzionali”, le regole costituiscono pertanto fonte di potere che plasmano e influenzano il comportamento organizzativo, favorendo o frenandone l’azione nonché le modalità; secondo l’approccio evoluzionista neo-istituzionale della “nuova economia politica” l’ordine politico ed economico non è il risultato di un progetto consapevolmente teso ad obiettivi collettivi, ma risulta quale prodotto del libero interagire delle singole azioni umane (Nozick), anche senza volere pienamente adottare tale tesi non si può tuttavia negarne il fondo di causalità/caoticità che evidenzia e che deve essere valutato in qualsiasi teoria contrattualistica.
 Vi è quindi la necessità di plasmare il “campo organizzativo”anche in termini giuridici secondo l’etica della semplificazione della complessità, al fine di evitare la progressiva caoticità del sistema sotto le spinte esterne.
 Nel passaggio tra causalità meccanicistica giuridica, sua complessità e caoticità l’etica si pone quale elemento ordinazione dell’azione che si interpone tra la complessità e la caoticità, impedendo il dissolvimento dell’azione umana in un magma informe senza alcuna definizione orientativa sì da perderne la direzione complessiva e il suo profilo.
 Se noi poniamo una scala da 0,1 ad 1 della complessità dell’agire umano, tale da porsi tra causalità estrema, ossia automaticità, e caoticità, nella quale vi è l’impossibilità di definire una forma se non in termini di causalità immediata fine a se stessa, l’etica si pone a 1, limite tra complessità e caoticità, mentre i principi giuridici e comportamentali che ne derivano, riducendone la complessità scalano verso 0,1, aiutati dalla tecnica giuridica.
 L’etica singola, quale porsi dell’uomo verso i suoi simili, viene pertanto a fondersi nei principi di un’etica collettiva mediamente accettata e imposta dalla leadership, necessaria alla semplificazione dell’agire collettivo.

Bibliografia
 

·     M. J. Hatch, Teoria dell’organizzazione, Il Mulino;
·     R. Gilpin, Guerra e mutamento delle relazioni internazionali, Il Mulino;
·     M. Jr. Olson, Ascesa e declino delle nazioni, Il Mulino;
·     J. Hgoldthorpe, Ordine e conflitto nel capitalismo moderno, Il Mulino;
·     P. R. Krugman – M. Obstfeld, Economia internazionale, Hoepli;
·     R. W. Scott, Istituzioni e organizzazioni, Il Mulino.
 
 

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